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I 6 maggiori problemi ambientali della Cina

written by Luca Priami 28 marzo 2013
problemi ambientali della cina

Quali sono i maggiori problemi ambientali della Cina

Lo sviluppo vertiginoso della Cina di questi ultimi lustri ha portato questa immensa nazione a raggiungere i vertici economici mondiali e a primeggiare con gli Stati Uniti tra le superpotenze del nostro pianeta. Ma mentre il regime non smette di incentivare questa corsa al primato, con la stessa intensità cerca di non far trapelare le notizie sul degrado ambientale che tutto il paese sta passando, dove non si tratta solo di avere a che fare con discariche abusive, ma con problemi veramente enormi.

Ad ogni modo le notizie trapelano e possiamo quindi stilare una lista dei sei maggiori problemi ambientali a cui la Cina dovrà assolutamente cercare di porre rimedio nel più breve tempo possibile, prima che sia troppo tardi per i suoi abitanti e per l’ambiente.

1. Inquinamento atmosferico

Che l’aria di alcune città come Pechino e Shanghai sia talvolta completamente irrespirabile è una notizia che non fa più notizia, non è ormai nemmeno più possibile tentare di smentire una cosa così evidente. In gennaio a Pechino sono stati registrati ben 19 giorni con un inquinamento dell’aria superiore ai 300 punti, con punte non inusuali di oltre 500. Il 12 gennaio gli strumenti hanno fatto registrare un incredibile 886, con conseguente invito delle autorità alle persone al non uscire di casa tranne se strettamente necessario.

Con un miliardo e trecento milioni di abitanti, la Cina brucia ogni anno il 47 percento del carbone consumato in tutto il mondo, praticamente tutto quello che il resto del mondo consuma complessivamente. Sicuramente uno dei maggiori problemi ambientali della Cina.

2. Inquinamento delle acque

Ovviamente non solo l’aria può essere inquinata, pure i bacini idrici soffrono quasi mortalmente per l’inquinamento. Stando all’Economist, più della metà dell’acqua di superficie in Cina è così inquinata da essere impossibile trattarla per renderla potabile. Stesso dicasi delle falde acquifere, che sono sfruttate per l’irrigazione del 40% dei terreni coltivabili. Di quest’acqua usata, il 90% è inquinato.

Poi c’è da tenere in considerazioni i vari incidenti industriali, in ultimo quello di gennaio di uno stabilimento chimico che ha riversato benzene nel fiume Huangpu, mandando all’ospedale una ventina di abitanti e uccidendo migliaia di maiali, che galleggiando sono stati portati dalla corrente fino a Shanghai.

3. Desertificazione

La coltivazione intensiva in Cina è una pratica in vigore da decine di secoli, quindi non è difficile credere al fatto che con il passare del tempo e l’aumentare della popolazione parecchie zone siano state riconvertite in campi e pascoli, eliminando foreste, impoverendo terreni e lasciando così che la desertificazione trovasse terreno fertile, scusate il gioco di parole, per espandersi.

La Cina copre una superficie di 9.6 milioni di chilometri quadrati, 2.6 dei quali sono sotto desertificazione. Questo significa ben un quarto del totale, come se in Italia avessimo Sicilia, Piemonte e Sardegna completamente aride e senza flora né fauna.

Tutto questo comporta un nuovo genere di migranti, quelli che non possono più permettersi di coltivare i terreni in quanto non esistono più terreni da coltivare e si spostano verso nuove zone, continuando ad alimentare questo problema.

4. Biodiversità

Se alla deforestazione aggiungiamo le grandi monocolture come quelle del bambù e la necessità di boschi da legna, vediamo che vengono a mancare molti habitat per piante e animali che rischiano sempre di più l’estinzione, come ad esempio i panda, simbolo mondiale della specie in pericolo.

Il problema però si estende anche oltre i confini cinesi, in quanto il mercato di questo grande paese ha sempre commerciato merci e sostanze, molte dai dubbi poteri afrodisiaci, che provengono tutti da una caccia indiscriminata di specie spesso protette o in pericolo: l’avorio degli elefanti, i corni dei rinoceronti, ossa e peni di tigre, pinne di squalo. Questo non fa che mettere in pericolo specie anche non necessariamente residenti in Cina, ma che hanno la sfortuna di avere un florido commercio nei mercati del paese.

5. I cosiddetti “cancer village”

Con questa definizione si definiscono quei posti, spesso piccoli villaggi adiacenti a grandi complessi industriali, dove l’ambiente è così irrimediabilmente inquinato che il solo viverci espone al rischio di contrarre il cancro.

Nel villaggio di Shangba, ad esempio, il fiume ha assunto una colorazione arancione a causa dei numerosi contaminanti tra cui cadmio e zinco, che sono cancerogeni.

Stando alle parole di He Shuncai, un contadino del villaggio, tutti i pesci e gli animali che si abbeveravano al fiume sono morti. Il solo immergere una gamba dell’acqua causa forti irritazioni e pruriti terribili. Inoltre nell’anno appena trascorso sono morte 6 persone tutte di cancro, tutte di un’età compresa tra i 30 e i 40 anni.

Il governo ha finalmente ammesso il problema nel febbraio di quest’anno, quando un report del ministero dell’ambiente ha fatto notare come tutti i materiali pesanti e le sostanze chimiche bandite negli altri paesi siano invece presenti su tutto il territorio cinese, causando “gravi problemi di salute e sociali“.

6. La crescita della popolazione

Nonostante la politica dell’unico figlio in famiglia abbia aiutato a mantenere sotto controllo le nascite e la crescita demografica, un paese che conta un miliardo e trecento milioni di abitanti è difficile da gestire. Questo soprattutto ora che la Cina si sta occidentalizzando sempre di più e nelle città il consumismo è sempre più affermato.

Quelli che una volta erano considerati beni di lusso, come carne rossa e alcool, ora sono sempre più alla portata di tutti, con le ovvie conseguenze che sempre più gente consuma quello che è in quantità limitata su questo pianeta. Secondo il Telegraph ad esempio, ora la Cina mangia il doppio della carne che mangiano i cittadini americani, con tutti i problemi di salute legati al caso.

Questa corsa alle derrate ha ovviamente un impatto mondiale, con i prezzi che aumentano per le minori risorse disponibili per quanto riguarda il lato economico, e i cambiamenti climatici dovuti a tutti questi fattori considerati insieme, che non possono non essere tenuti a mente quando si parla di riscaldamento globale.

Soluzioni?

La censura delle informazioni e la politica dello sviluppo ad ogni costo non ha aiutato la Cina ad affrontare questi problemi intestini di cui era consapevole ma di cui non voleva ammetterne l’esistenza. Ora il vento pare che stia timidamente cambiando, con le prime ammissioni pubbliche e il fatto che alcuni problemi sono troppo evidenti per poterli negare con stile.

La situazione può e deve sicuramente migliorare, se il governo deciderà di mettere la stessa dedizione di sempre nella ricerca di una via più sostenibile per lo sviluppo del proprio paese, dove già le prima note positive si iniziano a cogliere se consideriamo che la Cina è il primo paese al mondo come capacità di energia eolica installata con ben 77 GW, a fronte di raggiungere l’obbiettivo dei 250 GW entro il 2020.

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