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Riscaldamento globale e conferenze internazionali: a che punto siamo?

written by Alberto 23 novembre 2013

Nell’ultimo mese abbiamo assistito a diversi eventi meteorologici che hanno dimostrato tutta la potenza di Madre Natura e l’impotenza dell’uomo nel cercare di contrastarla. Diversi fenomeni naturali che erano considerati straordinari stanno diventando la normalità. In Niger una pesante carestia è stata causata da violente inondazioni e momenti di siccità estrema succedutasi nel giro di un anno. Negli USA si sono abbattuti 76 tornado in dieci diversi stati del midwest solo in una decina di giorni. Di particolare rilevanza è inoltre l’aumento dei fenomeni ciclonici, sia dal punto di vista della quantità che da quello della violenza degli eventi stessi. Solo dall’inizio del mese di novembre la Somalia è stata colpita dal ciclone tropicale 3A, uno dei più forti ad aver mai colpito il già disastrato paese africano. Quasi contemporaneamente la zona centrale delle Filippine è stata devastata dal tifone Haiyan, uno dei più forti mai registrati fin’ora, con venti fino a 312 km/h. Oppure ancora il ciclone Cleopatra che ha colpito il Mediterraneo, una zona in cui di solito è inusuale il verificarsi di eventi del genere e di tale portata, che ha rovesciato in Sardegna la pioggia di sei mesi in soli pochi giorni, con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti in questi giorni. Dei tredici uragani più violenti succedutisi dal 1935 ad oggi, solo gli ultimi sei si sono verificati a partire dal 1998, con l’uragano Katrina del 2005 a fare da spartiacque, creando la nuova categoria dei cosidetti “super-cicloni”.

Sebbene non sia stata provata scientificamente la diretta correlazione tra il riscaldamento globale e la formazione dei cicloni (anche se il dato della crescita dell’intensità dei fenomeni sia ormai un dato di fatto), è stata provata la diretta correlazione tra la formazione delle tempeste e la temperatura delle acque del mare. Per la nascita e successiva formazione di un ciclone sono necessari due fattori: una perturbazione meteorologica preesistente abbastanza forte da creare uno scompenso d’aria in quota e sul livello del mare e una temperatura dell’acqua di almeno 26 gradi centigradi. Più calda sarà l’acqua, più potente sarà il ciclone. L’Oceano Pacifico, secondo alcuni studiosi, negli ultimi sessant’anni si è surriscaldato quindici volte più velocemente che negli ultimi mille anni. Questo perché ha assorbito il calore rilasciato dai gas serra, e l’ha immagazzinato, come l’energia in una batteria. Una prova di questa teoria si può trovare nello sbiancamento dei coralli, che letteralmente bollono e muoiono a casa di un repentino aumento di temperatura dell’acqua in cui vivono (per non parlare poi dell’annientamento di habitat e la devastazione di ecosistemi particolari legati alle barriere coralline). L’Oceano Pacifico genera annualmente decine di tempeste, di cui solo alcune però raggiungono dimensioni e potenze superiori alla media. Il problema è che questi eventi eccezionali stanno diventando sempre più frequenti. In paesi insulari, come lo sono appunto le Filippine, il verificarsi di avvenimenti come l’ultimo tifone sta diventando una costante: continuando a prendere il paese asiatico come esempio, nel 2012 il tifone Bopha ha travolto l’isola di Mindanao, nel 2013 è toccato ad Haiyan. Un tifone che ha lasciato dietro di se una scia di morte e distruzione impressionante. Il popolo filippino sta ancora contando i propri morti, ma dovrà cercare di essere pronto alla prossima tempesta.

Una coincidenza, che ha quasi dell’incredibile, è che i due eventi catastrofici si siano verificati quasi in contemporanea alle due conferenze sui cambiamenti climatici organizzati dall’ONU, la COP 18 di Doha dello scorso anno e la COP 19 in corso di svolgimento a Varsavia in questi giorni, suonando quasi come uno spaventoso campanello d’allarme sulla necessità di non perdere altro tempo nella ricerca di una soluzione politica ad un problema che ormai non si può più sottovalutare.

La COP 19 si svolge sotto il segno dell’ultimo rapporto dell’IPCC, l’Intergovernamental Panel on Climate Change, l’ufficio scientifico delle Nazioni Unite incaricato di studiare il cambiamento climatico. Questo rapporto, pubblicato nel settembre 2013, sostanzialmente afferma che gli effetti del riscaldamento globale si stanno manifestando in maniera più intensa e più rapida del previsto, disegnando quattro scenari possibili: nella peggiore delle ipotesi, arriva a prevedere un innalzamento del livello del mare di 62 centimetri (con un possibile picco fino ad 81) e una crescita di 3,7 gradi rispetto al periodo 1986-2005 (avvicinandosi pericolosamente così alla soglia dei 4 gradi, considerata da studiosi e organizzazioni internazionali – tra le altre, pure la Banca Mondiale concorda su questo limite – come il punto di non-ritorno) disegnando la Terra nella seconda metà di questa secolo in maniera decisamente drammatica: ci troveremmo a vivere insieme a circa altri nove miliardi di persone su di un pianeta che non ha più lo spazio per contenerci né le risorse idriche adeguate. Nella migliore delle ipotesi invece prevede un innalzamento di solo 24 centimetri e una crescita di 1,7 gradi centigradi.

L’obiettivo finale di questa conferenza è quello di fare il punto sulla situazione dopo la prima fase del protocollo di Kyoto, scaduta nel 2012, e concordare un nuovo piano, vincolante e molto più ambizioso, da approvare entro il 2015 e che diventi efficace a partire dal 2020, sottoscritto anche dai paesi che inquinano di più.

Questa conferenza, molto probabilmente si chiuderà con un nulla di fatto, come denunciato anche dalle grandi ONG che partecipavano e che si sono ritirate dalle discussioni. Questo perché i paesi altamente inquinanti, come gli USA, che non hanno mai nemmeno ratificato il protocollo di Kyoto, o i cosiddetti BRICS, che rifiutano qualsiasi riforma strutturale nel senso della sostenibilità ambientale, giustificandosi con la scusa di non volere danneggiare deliberatamente i propri piani di sviluppo, hanno presentato delle delegazioni che non hanno una reale intenzione di trovare finalmente una soluzione ad una questione sempre più urgente; inoltre, recentemente, paesi come il Canada, l’Australia e il Giappone si sono ritirati, o hanno annunciato l’intenzione di farlo, dalle trattative per un nuovo accordo, lasciando sempre più soli i paesi realmente intenzionati a riformare la propria economia in senso sostenibile. In questo scenario decisamente cupo c’è però da sottolineare come l’Unione Europea abbia mantenuto la propria leadership nel campo della lotta ai cambiamenti climatici. È importante che continui su questa strada, ma è una lotta che non potrà mai vincere da sola. L’accordo finale della COP 17 di Durban del 2011, che prevede un fondo da 75 miliardi di euro per il sostegno alle economie dei paesi in via di sviluppo intenzionate ad investire concretamente sulla sostenibilità delle proprie economie, è stato solo un piccolo passo, e anche piuttosto isolato. Anche perché, nello stallo generale, a pagare i prezzi più alti, soprattutto in termini di vite umane, sono sempre i paesi più poveri. La sensazione è però che nonostante le belle parole e le buone intenzioni, da qui alla COP 20 di Lima nel 2014 si sia solo persa l’ennesima occasione.

In nero la linea storica delle emissioni. In rosso lo scenario più catastrofico. In blu lo scenario più virtuoso legato ad una riconversione sostenibile. In mezzo alcune ipotesi intermedie.

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