Il 2026 è l’anno internazionale dei pascoli e dei pastori. Perché dal loro futuro dipende anche il nostro?

Coprono più della metà della superficie terrestre, immagazzinano un terzo del carbonio organico nel suolo e sostengono direttamente la vita di mezzo miliardo di persone. Eppure, fino al 50% di essi è oggi degradato. Parliamo dei pascoli, habitat fondamentali per l’equilibrio del pianeta, a cui le Nazioni Unite hanno deciso di dedicare il 2026 come Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori (IYRP). 

Come recentemente approfondito in un articolo pubblicato sul portale Carni Sostenibili dal titolo “2026, l’Anno dei pascoli e dei pastori“, questa iniziativa nasce per puntare i riflettori su un mondo tanto vitale quanto minacciato. Sotto la guida della FAO, la campagna globale mira infatti a sensibilizzare governi, istituzioni e cittadinanza sulla necessità di proteggere queste aree dalla cementificazione, dal degrado e dalle politiche che ne ostacolano la gestione sostenibile, riconoscendo, altresì, il ruolo strategico dei pastori come loro custodi.

I pascoli un patrimonio multifunzionale

Il valore dei pascoli si manifesta principalmente in tre ambiti tra loro interdipendenti: ambientale, socio-economica e culturale. 

Sul piano ambientale, come abbiamo già scritto, questi habitat agiscono come enormi serbatoi, trattenendo nel suolo circa il 30% delle scorte globali di carbonio organico, contribuiscono così a mitigare il riscaldamento globale. La loro gestione sostenibile, inoltre, è cruciale per preservare la biodiversità del pianeta: questi territori ospitano infatti ecosistemi unici e variegati, che spaziano dalle praterie alle savane, dagli arbusteti ai deserti, fino alle zone umide e alle aree montane. In questi ambienti, i pastori gestiscono circa un miliardo di animali in tutto il mondo, allevando specie diverse come pecore, capre, bovini, yak, cavalli, renne e bufali.

A queste funzioni ecologiche si affianca un ruolo insostituibile per la sicurezza alimentare e lo sviluppo socio-economico. La pastorizia, che da queste aree dipende, ha un duplice ruolo. Non solo fornisce circa il 10% della produzione mondiale di carne e beni essenziali come latte e lana, ma rappresenta spesso l’unica fonte di sostentamento per le comunità che vivono in ambienti marginali. Secondo il Global Land Outlook Thematic Report on Rangelands and Pastoralists, questa forma di allevamento è praticata da circa 500 milioni di persone ed è presente in oltre il 75% dei Paesi del mondo.

Infine, esiste un inestimabile patrimonio culturale, custodito nelle tradizioni delle comunità pastorali. Questo sapere tramandato per generazioni, rappresenta un modello di convivenza sostenibile tra uomo e natura basato, non sullo sfruttamento intensivo di una risorsa,ma sulla capacità di rigenerare il territorio preservandone la vitalità.  All’interno di questo contesto, le donne giocano un ruolo fondamentale, essendo spesso  figure importanti nella gestione delle risorse e nella trasmissione delle tradizioni. Il loro contributo è oggi riconosciuto a livello globale dalla designazione del 2026 anche come l’Anno Internazionale della Donna in Agricoltura.

Cosa minaccia questi habitat?

Nonostante la loro importanza, i pascoli affrontano una crisi profonda. Come evidenziato dal rapporto Global Land Outlook Thematic Report on Rangelands and Pastoralists – ripreso anche dall’articolo di Carni Sostenibili – la minaccia principale nasce da una percezione distorta che li etichetta come “terre improduttive”, giustificandone la conversione per far spazio ad agricoltura intensiva, progetti energetici e urbanizzazione. A questa pressione si aggiungono gli impatti sempre più gravi della crisi climatica, come siccità e inondazioni, e le difficoltà politiche e sociali, tra cui l’incertezza dei diritti fondiari e la chiusura dei confini che ostacola la transumanza. 

Confinati in territori sempre più piccoli, i pastori non hanno altra scelta che sovrasfruttare le poche risorse rimaste, accelerandone il degrado. In questo scenario di crescente scarsità,  si innescano quindi  tensioni e conflitti tra comunità per l’accesso alla terra e all’acqua.

Il caso italiano

Queste dinamiche globali trovano un riscontro anche in Italia. Il Rapporto ISPRA 2025 sul consumo di suolo rivela infatti che tra il 2023 e il 2024 sono andati persi 1.891 ettari di pascoli, principalmente a causa della cementificazione (oltre 1.000 ettari) e dell’installazione di impianti fotovoltaici a terra (417 ettari). 

La minaccia, però, non si limita alla conversione dei suoli, ma si estende al loro degrado a causa della crisi climatica. Un esempio viene dal Rangelands Atlas, che nel caso studio “Adapting to climate change in the Italian Alps” documenta la situazione in Val Senales. Lì, gli allevatori sono oggi costretti a irrigare artificialmente i pascoli d’alta quota, una pratica impensabile fino alla passata generazione e chiaro segnale della rottura dell’equilibrio ambientale.

Una strategia per il futuro

L’Anno Internazionale, quindi, non è una semplice celebrazione, ma un appello all’azione.
La strategia della Global Alliance per l’IYRP si articola su più livelli tra di loro interconnessi.
A livello politico, si chiede ai governi di adottare leggi che proteggano i pascoli e garantiscano ai pastori diritti certi sulla terra e libertà di movimento. Questa azione deve però essere supportata dalla conoscenza, unendo la ricerca scientifica al sapere tradizionale per sviluppare soluzioni efficaci contro gli effetti del riscaldamento globale. Tutto ciò, infine, deve essere sostenuto da un’economia diversa, capace di reindirizzare gli investimenti verso progetti che valorizzino le filiere pastorali, tutelando l’ambiente e le comunità locali.

E così, torniamo alla domanda iniziale: perché dal  futuro dei pascoli dipende anche il nostro?
Perché la loro sopravvivenza contribuirà alla stabilità del clima, alla sicurezza delle catene alimentari e alla capacità di immaginare un modello di sviluppo che non distrugga il pianeta.
Proteggere i pascoli e i pastori è quindi un investimento strategico e urgente nel futuro collettivo.

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