La carne sintetica (o coltivata), prodotta attraverso la coltivazione di cellule in laboratorio, è considerata da molti come il futuro dell’industria della carne, poiché la sua produzione sarebbe più sostenibile rispetto ai tradizionali sistemi di allevamento. Tuttavia un nuovo studio, non ancora sottoposto a revisione paritetica, condotto da un gruppo di scienziati del Dipartimento di Scienze e Tecnologia dell’Università della California-Davis (UC-DAVIS), mette in discussione questa affermazione, sostenendo che i vantaggi ambientali potrebbero non essere così certi. Gli studiosi hanno infatti rivelato che la carne in provetta potrebbe avere un impatto ambientale fino a 25 volte peggiore rispetto alla carne tradizionale.
La produzione della carne in laboratorio
Di carne sintetica si parla da circa un decennio, da quando nel 2013 il professor Mark Post della Maastricht University dei Paesi Bassi presentò alla stampa il primo hamburger coltivato in laboratorio partendo dalle cellule muscolari di vacca .Il processo di produzione, come descritto nell’articolo “Carne coltivata, il futuro dell’alimentazione?”, pubblicato sul portale Carni Sostenibili, prevede l’estrazione delle cellule dal muscolo di un animale e la loro coltivazione in un bioreattore, dove proliferano grazie ad un mezzo di coltura ricco di nutrienti, ormoni e fattori di crescita.
Ancora oggi la sua produzione, come riportato nello studio della Uc-Davis, avviene su piccola scala e in perdita economica anche se, molto sostanziosi, sono stati gli investimenti finora fatti che si stimano aver raggiunto un totale di oltre 2 miliardi di dollari. Obiettivo dei finanziatori è infatti quello di far sì che questo cibo riesca a raggiungere le nostre tavole arrivando quindi ad una produzione di massa.
Singapore e Stati Uniti hanno aperto la strada alla commercializzazione
A fare da apripista alla commercializzazione della carne sintetica è stata la città-stato di Singapore che nel 2020 ha approvato la vendita e il consumo di pollo coltivato in laboratorio da utilizzare come ingrediente dei famosi chicken nuggets. Nel 2022 è stata invece la volta degli Stati Uniti dove la Food and Drug Administration ha dato una prima autorizzazione alla vendita della carne di pollo prodotta in laboratorio. E in Europa? Quest’anno potrebbero essere presentate le prime richieste di via libera a questo cibo anche se già alcuni Paesi, tra cui l’Italia, hanno espresso la loro contrarietà.
La strada verso una produzione di massa è quindi ancora lunga, soprattutto considerando i numerosi dubbi sollevati da diversi studi riguardo ai presunti vantaggi. Infatti, si pongono domande sia sugli effetti sulla salute umana derivanti dal consumo di carne coltivata in laboratorio sia, come abbiamo già anticipato, sull’effettivo impatto ambientale della sua produzione.
Lo studio dell’Università della California: più emissioni dalla produzione di carne sintetica che da quella tradizionale
Nello studio “Environmental impacts of cultured meat: A cradle-to-gate life cycle assessment” disponibile sulla piattaforma BioRxiv, i ricercatori dell’Università della California sostengono, nello specifico, che le analisi sulle emissioni di anidride carbonica prodotte dalla carne sintetica siano state finora imprecise. Essi affermano che molti rapporti, che in passato hanno analizzato l’impatto sul clima di questo alimento, lo hanno fatto basandosi su tecniche di produzione che ancora oggi non sono operative o che è improbabile che possano funzionare su larga scala.
Ad esempio, come si legge nella ricerca “alcuni rapporti stimano le emissioni di carbonio della produzione di carne coltivata utilizzando l’idrolizzato di cianobatteri come materia prima per le cellule, ma questa non è una tecnologia o una materia prima attualmente utilizzata o realisticamente accessibile. Altre ricerche analizzano l’impatto ambientale della carne coltivata prodotta con componenti di terreno di coltura di qualità alimentare. Tuttavia, attualmente il processo richiede substrati di crescita di qualità farmaceutica altamente purificati”.
L’impatto ambientale del processo di purificazione
Lo studio della UC Davis, al contrario, tiene conto dei sistemi di processo disponibili e che, come si legge, “rappresentano lo stato dell’arte attuale di questa tecnologia alimentare emergente”. In particolare gli scienziati d’oltreoceano hanno stimato l’energia necessaria per le fasi della produzione di carne coltivata in laboratorio, paragonandola a quella della carne bovina, concentrandosi sull’analisi del processo di purificazione che attualmente sarebbe la fonte della maggior parte delle emissioni associate alla produzione.
Come affermato nello studio, la rimozione delle endotossine – rilasciate dai batteri nell’ambiente – è essenziale per la creazione di carne coltivata poiché anche piccole quantità di queste tossine nel terreno di coltura potrebbero impedire alle cellule di proliferare. È proprio questo processo di purificazione ad incidere in modo significativo sull’impatto ambientale della produzione di carne sintetica. Come riportato anche nell’articolo, che parla della ricerca, ”Carne artificiale e bugie hanno gambe più corte del previsto” scritto da Giuseppe Pulina, Professore Ordinario di Etica e Sostenibilità degli Allevamenti presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari “I processi di purificazione da queste endotossine ubiquitarie sono molto dispendiosi in termini di consumo di risorse e di impatti ambientali e sono necessari soprattutto quando si passa da colture cellulari di piccola entità, quali quelle attualmente in essere, a reattori di grandi dimensioni previsti per la produzione in scala industriale della carne artificiale”.
Le emissioni della carne coltivata
I ricercatori californiani hanno quindi stimato che, supponendo l’uso continuato di substrati di coltivazione altamente raffinati, ogni chilogrammo di carne coltivata produca tra 246 e 1.508 chilogrammi di emissioni di anidride carbonica, il che significa che il suo potenziale di riscaldamento globale è tra quattro e 25 volte maggiore di quello della carne bovina al dettaglio. Gran parte di questo impatto è dovuto al fabbisogno di combustibili fossili associato alla purificazione dei componenti del mezzo di crescita, che è da 3 a 17 volte superiore alla quantità utilizzata per produrre carne di manzo disossata.
Come si legge nella conclusione della ricerca, “è probabile che l’impatto ambientale della carne coltivata sia maggiore rispetto ai sistemi di carne bovina convenzionali… Questa è una conclusione importante dato che gli investimenti sono stati specificamente assegnati a questo settore con la tesi che questo prodotto sarà più ecologico della carne bovina”.

