Il cinema ha il potere straordinario di riflettere e plasmare la nostra percezione dell’ambiente, fungendo da specchio e megafono delle questioni ecologiche. Attraverso le sue narrazioni visive, il grande schermo può catalizzare il cambiamento, sensibilizzando il pubblico sui problemi ambientali e ispirando azioni concrete. A parlare di questo stretto legame è il libro “Antropocine, lo schermo verde. Manuale di percorsi e idee per un Italian Ecocinema“, edito da Altreconomia. Abbiamo chiesto all’autore Marino Midena di raccontarci di più su questo interessante volume.
Di cosa parla il libro Antropocine
“Antropocine, lo schermo verde” è un viaggio nel
cinema e nell’ambiente attraverso il quale cerco di evidenziare come il
discorso ecologico attraverso la settima arte e quanto, soprattutto in Italia, una tale indagine risulti sinora quasi inesplorata. In sostanza ho cercato di offrire un contributo al dibattito sulle tematiche ambientali, ma anche avviare lo studio di opere, autrici e autori “green” e affermare il ruolo dell’ecologia per la comprensione della realtà.
“AntropoCine” potrebbe essere uno strumento per spiegare gli attuali allarmi ambientali con l’opportunità di vederne sullo schermo gli effetti e le conseguenze, ma anche per capire, attraverso le immagini dei film e il racconto cinematografico, il perché la nostra cultura ambientale presenti oggi grandi limiti, o per evidenziare la possibilità di percorsi etici e sostenibili.
Dobbiamo capire che il destino del
pianeta è il nostro destino, che le sue storie sono le nostre storie.
Dobbiamo quindi raccontarci. Il mezzo cinematografico è uno strumento efficace per confrontarci sulla crisi ambientale e sociale che stiamo vivendo, ma può anche avere un ruolo importante nella difesa stessa del pianeta grazie alla sua capacità di “parlare in profondità” alle persone.
Come nasce l’idea di scrivere un libro sul legame tra cinema e ambiente
Il libro prende le mosse dalla considerazione di come, principalmente a partire dagli anni ’90, si assista ad un’imponente crescita di attenzione per un cinema che tratti di tematiche legate all’ecologia. Interesse che viene manifestato da autori, produzioni e spettatori e che trova rispondenza in un rilevante aumento di manifestazioni. In questi anni nascono i primi festival cinematografici tematici, come il Cinemambiente di Torino, che si affiancano ad un eco-filone di produzione cinematografica sempre più ricco e, in alcuni casi, attento anche sotto il profilo della filiera industriale alle istanze della sostenibilità (Green Set). In sostanza il dopo Chernobyl cambia il rapporto del cinema con il tema ecologico nel senso di una più chiara consapevolezza.
Proprio in quegli anni prende corpo l’approccio Ecocritico grazie al lavoro della studiosa Cheryll Burgess Glotfelty, a cui va ascritto il merito di aver dato una forma canonica allo studio della relazione fra letteratura e ambiente fisico. Approccio che nel decennio successivo viene esteso dalla letteratura al cinema, ovvero all’Ecocinema.
L’osservazione di questa “presa di coscienza” mi ha portato a inventare il neologismo “AntropoCine” rifacendomi chiaramente all’intuizione di Paul Crutzen, scomparso esattamente due anni fa, che nel 2000 coniò il termine Antropocene per indicare una nuova era geologica nella quale l’uomo è responsabile, con le sue predatorie attività, di profonde modificazioni territoriali, strutturali e climatiche.
Il cinema post Chernobyl degli anni novanta e quello post Kyoto degli anni duemila può essere quindi individuato come l’”AntropoCine” e richiede una rinnovata narrazione.
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