Come un’opera d’arte “evitata” risparmia 57.000 tonnellate di CO₂

riduzione emissioni di CO2 con un'opera evitata

Può un’opera d’arte inesistente generare un impatto ambientale positivo e misurabile? Può l’assenza diventare un asset climatico? L’artista concettuale spagnolo Josep Piñol ha risposto a queste domande con un gesto provocatorio e potente: la cancellazione certificata della sua opera monumentale, “Evitata”.

Il progetto, che sarebbe dovuto sorgere a Belém (Brasile), sede della prossima COP30, è stato interrotto per decisione dell’artista. Questa non-esecuzione, però, non è stata una semplice rinuncia. È stata trasformata in una formale azione di mitigazione climatica, che ha evitato l’emissione di 57.765 tonnellate di CO₂ equivalente (tCO₂e), un valore certificato e stimato in 1,6 milioni di euro.

Come si certifica un’opera non eseguita?

La validazione è stata gestita dall’ente Art Carbon Avoidance S.L. attraverso il suo innovativo Standard ACA (Art Carbon Avoidance), un framework progettato per il settore artistico-culturale.

Per ottenere la certificazione, il progetto di Piñol ha dovuto dimostrare di non essere una mera idea, ma un’iniziativa in fase avanzata, la cui esecuzione era imminente e finanziata.

Il risultato di questo processo è l’emissione di Cultural Degrowth Credits (CDC), dove ogni credito equivale a una tonnellata di CO₂e evitata. Questi CDC sono registrati in modo univoco per garantirne la tracciabilità e prevenire qualsiasi forma di doppio conteggio.

Una critica al greenwashing dall’interno

L’opera di Piñol non è solo un esercizio tecnico, ma un vero e proprio atto di critica. L’artista ha “hackerato” le logiche del mercato volontario del carbonio, in particolare quelle legate alle controverse “emissioni evitate”. Questi crediti, spesso utilizzati dalle aziende per strategie di greenwashing, si basano sulla stima di emissioni che non si verificheranno grazie a un determinato progetto, ma la cui efficacia è fonte di un acceso dibattito.

L’opera originale, ora “evitata”, era essa stessa una metafora di questo paradosso: un finto impianto di cattura del carbonio (DAC) sormontato da cento statue di bronzo raffiguranti manager senza volto, a simboleggiare il potere anonimo e strutturale dei “Carbon Majors”, le entità responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni globali.

Cancellando un progetto che denunciava un sistema, per poi certificarne la cancellazione usando le logiche di quello stesso sistema, Piñol ne espone le contraddizioni interne in modo magistrale.

Dalla compensazione alla rinuncia: un nuovo gesto etico

Invece di vendere i 57.765 crediti generati sul mercato, permettendo a un’azienda di usarli per “compensare” le proprie emissioni, Piñol ha scelto una strada diversa. Ha ceduto simbolicamente un solo credito (una tonnellata) a un collezionista privato e ha rinunciato formalmente a qualsiasi diritto di uso o sfruttamento su tutti gli altri.

Questa “liberazione” dei crediti impedisce che diventino merce di scambio per il greenwashing aziendale. È un atto di decrescita certificata il cui valore non risiede nella monetizzazione, ma nella rinuncia stessa.

“In tempi di emergenza climatica, non tutto merita di essere costruito”, afferma Piñol. “Ci sono opere che parlano più nella loro assenza, che in cemento e bronzo”.

Il caso di “Evitata” si pone come un precedente fondamentale. Apre la porta a un nuovo paradigma in cui un’azione incompiuta consapevole e pianificata, può essere riconosciuto come una strategia di mitigazione climatica valida e, soprattutto, eticamente coerente. Un’opera che, non esistendo, ci costringe a riflettere sul valore reale delle nostre azioni e, ancora di più, delle nostre non-azioni.

 

Fonte: comunicato stampa e foto di ACA

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