Che cos’è il Museo dell’oggetto ritrovato e dove si trova. Intervista a Gabriele Geminiani

sede del micro museo dell'oggetto ritrovato a Verucchio nel Torrione delle Mura di San Giorgio

Se siete appassionati di musei e sostenibilità, e vi trovate nella zona della riviera romagnola, non potete perdere una visita al MICRO, il Museo dell’oggetto ritrovato. Sito a Verucchio, in provincia di Rimini, nel Torrione delle Mura di San Giorgio, questo museo rappresenta una riflessione unica e profonda sul rapporto tra l’uomo, gli oggetti e lo scorrere del tempo. Abbiamo chiesto a Gabriele Geminiani, ideatore e curatore del progetto, di raccontarcelo.

Che cos’è il Museo dell’oggetto ritrovato

Il “MICRO – Museo dell’oggetto ritrovato” è un progetto museale inaugurato lo scorso 16 dicembre. Un’esposizione frutto di anni dedicati alla raccolta e alla conservazione di oggetti e frammenti ritrovati, nell’attesa di dare loro un riscatto: dai reperti rinvenuti sul letto del fiume Conca, alle scoperte lungo le coste dell’Adriatico dopo tempeste invernali, fino ai ritrovamenti nei cosiddetti “non luoghi” come periferie urbane, stazioni ferroviarie, piazze e bordi delle strade. Una caratteristica peculiare del museo, di cui vado molto fiero, è la sua sezione dedicata all’editoria delle cose, dove alcuni libri, realizzati anche con tecniche di stampa tradizionali e apprezzati sia da collezionisti d’arte che da bibliofili, raccontano le storie degli oggetti esposti.

Sono molto orgoglioso che madrina d’eccezione del piccolo museo è Grazia Francescato, fondatrice dei Verdi, direttrice del periodico L’Airone e Presidente per diversi anni del WWF Italia, persona attualmente impegnata sui fronti del cambiamento con approcci e modelli davvero interessanti, come il monachesimo.

Come nasce l’idea del Micro

L’idea di creare un Museo dell’oggetto ritrovato nasce da molto lontano, esattamente nella mia adolescenza, quando nel fiume vicino a casa ho iniziato a ritrovare i primi reperti. Reperti che avevano una caratteristica in comune, essere stati emarginati e “sofferenti” e cioè mostravano chiaramente l’usura dell’uomo e gli insulti del tempo e degli accidenti metereologici. Un requisito che mi spingeva ad accogliere e al salvataggio di quelle creature dimenticate, concetto che molti anni dopo riuscii ad esprimere efficacemente in tre parole: estetica della sofferenza.

L’idea del Museo rappresenta la tappa conclusiva di un percorso in cui le cose sono tornate sul palcoscenico della vita attraverso diverse mostre, per lo più in luoghi non canonici e difficilmente raggiungibili, fino ad essere protagonisti di progetti editoriali e di uno spettacolo teatrale vero e proprio. Quindi l’ultimo step, era proprio quello di dar loro una casa dove potessero raccontare le loro storie ai visitatori.

Come si svolge una visita tipo al Museo

L’approccio del Micro – Museo dell’Oggetto Ritrovato è altamente interattivo, dinamico e collaborativo, e coinvolge artisti, poeti, fotografi e altri creativi che interpretano la collezione in modo personale, arricchendola con i loro linguaggi artistici. All’interno trovano spazio La Galleria Sospesa, che ospiterà mostre di immagini oppure oggetti sospesi dalle travi del soffitto; La Bacheca degli oggetti viaggiati, ovvero cose ritrovate da miei amici nei luoghi in cui vivono o nei loro viaggi e spediti di loro iniziativa via posta al mio indirizzo di casa; L’Ospedale dei Soldatini, una piccola bacheca con all’interno un’infinità di soldatini di genere differente, mutilati e ridotti in brandelli.

Ecologisti si nasce o ci si può diventare. Tu ci sei nato? 

Direi che una certa sensibilità è innata, parlo della predisposizione all’attenzione e alla cura per ciò che ci circonda, di un’empatia verso le creature più indifese. Tuttavia iniziare a introdurre, come si sta facendo, certe tematiche ambientali sin dalla scuola, specie nelle scuole elementari e medie, è di fondamentale importanza per avere effetti di riflesso anche sugli adulti, categoria meno flessibile al cambiamento delle proprie abitudini.

Quali altre iniziative di sostenibilità segui?

Seguo diversi altri progetti e iniziative legate alla sostenibilità, tutte collegate tra di loro: il San Marino e Montefeltro Green Festival, gli Ortiperlapace, gli Archivi Sostenibili dell’Arte.
Come museo e come Green Festival, arrivato alla sua VI edizione, abbiamo sempre contemplato la missione culturale verso le comunità dove operiamo, così come laboratori e mostre dedicate ai bambini, raccogliendo feedback entusiasmanti. Inoltre portando avanti attività durante l’intero arco dell’anno, siamo in grado di rappresentare una sorta di osservatorio permanente sui temi della sostenibilità, per quel che riguarda un Montefeltro idealmente allargato che va da Pesaro a Rimini con i relativi entroterra, in cui spiccano Urbino e la Repubblica di San Marino, dove questo progetto ha avuto origine.
oggetti recuperati sul letto di un fiume

Come si è evoluto, secondo te, il concetto di sostenibilità negli ultimi 10 anni

Diciamo che l’urgenza di queste tematiche è entrata drammaticamente nella nostra vita, con siccità e inondazioni, facendo in modo che aumentasse la consapevolezza nelle persone di quanto questi temi meritino il primato nel dibattito politico degli stati e a livello globale. Quindi se da un lato è aumentata la consapevolezza sulle problematiche ambientali è aumentata anche quella verso un sistema che difficilmente sarà disposto a riformare se stesso. Per cui auspico una maggiore coscienza civile che porti al cambiamento di certi paradigmi di fondo, come il sovvertimento dell’attuale modello consumistico della società.

Puoi suggerire ai nostri lettori almeno un libro da leggere

Il primo libro che mi sento di consigliare è il saggio “La vita delle cose” di Remo Bodei, intellettuale dal quale ho avuto il privilegio di avere una lettura del mio lavoro in una intervista del 2009 a cura di Annamaria Bernucci. Il libro ci porta a capire la profondità del nostro rapporto con gli oggetti della nostra quotidianità, dal quale dipende la struttura del nostro baricentro esistenziale. Circondarci di oggetti effimeri in una società liquida, sicuramente non ci aiuta.
Vi è poi anche il volume “Possiamo salvare il mondo, prima di cena” (Guanda 2019) di Jonathan Safran Foer – famoso per il suo romanzo “Ogni cosa è illuminata” (Guanda 2002). Foer paragona la lotta al cambiamento climatico alla Seconda Guerra Mondiale. Allora, ha detto, si era disposti al sacrificio. Nessuno statunitense si lamentava della benzina razionata, dei limiti al consumo di carne e delle tasse più alte. Pagare le tasse era un atto patriottico. Così come condividere un’automobile, perché – secondo uno slogan dell’epoca – chi viaggiava da solo aveva “Hitler come passeggero”. La grande differenza è che nella Seconda Guerra Mondiale gli statunitensi sapevano chi era il nemico: la Germania nazista, dove regnava il male assoluto. Ma contro chi stiamo combattendo nella lotta al cambiamento climatico? Sicuramente il nemico è molto più subdolo, ma ancor più micidiale, perché incontrastato, come ho detto prima, ed è il sistema delle multinazionale che regolano sopra la vita e i poteri dei singoli stati.

Parliamo invece di contenuti video, quali film/documentari consiglieresti di vedere ai nostri lettori?

Proporrei “Daguerréotypes”, una chicca degli anni ’70 di Angnès Varda che si sofferma su commercianti e artigiani e i negozi di rue Daguerre a Parigi. Elementi di un tessuto sociale coeso e definitivamente perduto che erano la linfa vitale della nostra società: fornai, sarti, macellai, profumieri e molti altri, che, tra i riti quotidiani del loro lavoro, parlano della loro vita, delle loro relazioni e dei loro sogni. Un film poetico che ci porta inevitabilmente a riflettere sul deserto di relazioni e professionalità prodotto da una spaventosa quanto assurda accelerazione negli stili e nei ritmi della nostra società consumistica.
L’altro è “Il sale della Terra”, un film documentario del 2014 diretto da Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado. Nel documentario vengono approfonditi in particolare i suoi progetti, sull’America Latina, sulle drammatiche condizioni dei popoli africani (Sahel: The End of the Road), sulle condizioni dei lavoratori in giro per il mondo (Workers), sulle grandi migrazioni umane (Migrations) ed infine sugli angoli del pianeta non ancora contaminati dalla modernità (Genesis). Ma la cosa che lascia allo spettatore una grande speranza nel cambiamento, è la parte in cui Salgado racconta del progetto che porta avanti assieme alla moglie di riforestazione della Mata Atlantica, con e immagini di prima e dopo.

Avresti, infine, un podcast che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Consiglierei “Rivoluzione” di Diego Fusaro e Marco Guzzi nell’ambito della rassegna “Terre del futuro – Nove parole per guardare lontano”. È una conversazione che può fornire valide risposte su come orientarsi in questi tempi di grande smarrimento, per cui un nutrimento per tutti i cittadini, giovani e meno giovani.

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