Scegliere la destinazione, prenotare il volo e poi, seduti al ristorante, limitarsi a indicare il menù con il dito per evitare l’imbarazzo. Secondo una nuova ricerca commissionata da Omio, piattaforma per la prenotazione di viaggi multimodali, il 30% degli italiani evita di ordinare piatti che non sa pronunciare con sicurezza, rinunciando così alle specialità più autentiche del luogo.
Dietro a questa rinuncia non c’è una mancanza di curiosità, ma una vera e propria ansia sociale: la paura di sentirsi giudicati o di apparire scortesi davanti al cameriere. Per aiutare i viaggiatori a superare lo scoglio linguistico, Omio ha mappato i tre paradisi gastronomici estivi più temuti dagli italiani, svelando i segreti dei piatti… e come ordinarli senza fare gaffe.
Marsiglia e la Provenza: il fascino (e la sfida) della Bouillabaisse
Lungo il Vieux-Port di Marsiglia, la Bouillabaisse è una questione d’identità, tutelata persino da una carta ufficiale del 1980. Una zuppa di pesce così complessa da intimidire non solo chi la cucina, ma anche chi deve ordinarla: il 32% degli italiani ammette di evitarla per il timore di storpiarne il nome.
Come si pronuncia: “Bu-ja-bess” (la “j” si legge come una “i” veloce, simile alla “y” di yogurt).

Grecia: il dilemma tra Souvlaki e Tzatziki mette in crisi due viaggiatori su dieci
In Grecia l’incertezza raddoppia. Il classico spiedino di carne alla griglia, il Souvlaki, cambia nome a seconda della regione: ad Atene è Souvlaki, ma a Salonicco diventa Kalamaki. Questa confusione regionale blocca il 24% dei viaggiatori italiani. Non va meglio con il Tzatziki: l’onnipresente salsa a base di yogurt, cetriolo e aglio frena il 22% degli intervistati, che preferisce ordinarla a gesti o indicando il tavolo accanto.
Come si pronunciano: “Su-vla-ki” e “Tza-tzi-ki” (la prima ‘z’ è dolce, come in “zanzara”).

Brasile: l’Açaí, dalle origini amazzoniche al trend globale
Chi vola in Brasile non può sfuggire all’Açaí. Ma se nel resto del mondo è diventato virale nella sua versione dolce in coppetta, nello stato del Pará (in Amazzonia) nasce come piatto salato, servito con pesce essiccato o tapioca. Il nome deriva dalla lingua tupi-guaraní e la sua pronuncia mette in crisi il 20% degli italiani.
Come si pronuncia: “A-sa-ì” (la ‘ç’ si legge come una ‘s’ e l’accento cade rigorosamente sulla ‘i’ finale).

Più che la difficoltà linguistica in sé, dietro questi numeri c’è soprattutto l’imbarazzo sociale: la paura di sbagliare, di sentirsi giudicati, di apparire scortesi. Un disagio che spinge molti a ordinare “il solito” anche quando sono a tremila chilometri da casa, perdendo parte dell’esperienza autentica che il viaggio prometteva.
Nota metodologica: Ricerca condotta da 3Gem su un campione di 2000 adulti tra il 1° e il 7 maggio 2026. Confronto globale realizzato su 5 mercati: Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Germania e Italia.
Fonte: comunicato stampa


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