Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science (24 Febbraio 2023 • VOL 379 ISSUE 6634) e intitolato “Extinct in the Wild: The precarious state of Earth’s most threatened group of species” rivela il sorprendente potenziale di zoo, acquari, orti botanici e banche dei semi di tutto il mondo nel prevenire la totale perdita delle specie estinte in natura e il loro contributo nel riportarle nel proprio habitat naturale.
Lo studio è stato coordinato dalla Zoological Society London (ZSL) ed è stato portato avanti da un team di ricercatori internazionali, tra cui il professor Thomas Abeli, docente di Botanica e Biologia della Conservazione presso il Dipartimento di Scienze dell’Università degli Studi Roma Tre.
Il ruolo di istituzioni zoologiche e botaniche nella conservazione della biodiversità
La ricerca è la prima a valutare la situazione di tutti i 95 animali e piante “estinti in natura” che, dal 1950, sopravvivono solo grazie alle cure delle istituzioni zoologiche e botaniche, dopo essere stati portati all’estinzione nel loro ambiente naturale, in gran parte per cause legate alle attività umane, come la distruzione degli habitat. L’articolo evidenzia come gli immensi sforzi di collaborazione tra queste organizzazioni, che mirano alla conservazione delle specie e che spesso lavorano anche a fianco dei governi, abbiano dato i loro frutti nel prevenire l’estinzione e consentire ad alcune specie di ritornare con successo nel proprio ambiente naturale.
Tuttavia, lo studio mette in guardia sul fatto che la sopravvivenza delle specie al di fuori dal proprio habitat naturale è comunque molto rischiosa e rappresenta sostanzialmente l’ultima spiaggia prima della completa estinzione.
Una novità dello studio risiede nell’aver riconosciuto la diversità di condizione (e di rischio di estinzione) delle varie specie animali e vegetali che vivono esclusivamente sotto la cura delle istituzioni zoologiche e botaniche; di alcune specie è rimasta solo una manciata di individui, mentre di altre ve ne sono diverse migliaia.
L’autore principale dello studio, il dottor Donal Smith dell’Istituto di zoologia della ZSL, ha dichiarato: “Senza queste organizzazioni dedicate e i loro sforzi di conservazione, avremmo già perso specie come l’orice dalle corna di scimitarra, diverse lumache arboree polinesiane e l’albero toromiro dell’Isola di Pasqua. Grazie a decenni di lavoro instancabile per salvare queste specie, abbiamo ora l’opportunità di ristabilire delle popolazioni in natura; è imperativo che zoo, acquari, orti botanici e banche dei semi ricevano il sostegno finanziario e intergovernativo per farlo“.
Il professor Thomas Abeli del Dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre aggiunge “Questo studio dimostra come strutture un tempo criticate, come soprattutto gli zoo e in alcuni casi anche gli orti botanici, non siano più solamente delle esposizioni per soddisfare la curiosità verso animali e vegetali esotici, ma siano oggi strumenti indispensabili per la conservazione della biodiversità, senza i quali il mondo avrebbe già perso quasi 100 specie in più, oltre a quelle che già non ce l’hanno fatta“.
Fonte: comunicato stampa
Immagine: Nymphaea thermarum (credit John Ewen)


