L’economia circolare non è un concetto astratto, ma una realtà concreta che sta ridisegnando le filiere produttive, compresa quella zootecnica. Forse non tutti sanno che, ad esempio, nel settore della mangimistica in Italia si studia e si lavora per valorizzare coprodotti, sottoprodotti agricoli e i cosiddetti “former foodstuffs” per produrre un’alimentazione animale più sostenibile ed efficiente.
Il ciclo virtuoso: dagli scarti agricoli agli alimenti nobili
Il primo e più fondamentale livello di circolarità parte direttamente dai campi. Durante la coltivazione di vegetali destinati all’uomo, come il frumento, una parte significativa della pianta, ricca di fibre e cellulosa, risulta per noi indigeribile. È qui che la zootecnia gioca un ruolo insostituibile: i ruminanti, come bovini e ovini, sono in grado di digerire queste componenti fibrose, trasformandole in alimenti di altissimo valore nutrizionale.
Il ciclo – ha spiegato l’esperto – non si ferma qui: anche l’industria di trasformazione alimentare, per esempio quando produce farina dal grano, genera ulteriori coprodotti. Questi materiali, pur non essendo più adatti al consumo umano diretto, rappresentano una risorsa preziosa per i mangimi destinati anche ad animali monogastrici come suini e polli. In questo modo, sottolinea Petracci, “gli animali svolgono una funzione che è stata da sempre essenziale, ovverosia quella di valorizzare ciò che altrimenti andrebbe sprecato, trasformandolo nuovamente in alimenti di alto valore nutrizionale come latte, carne e uova”. Si tratta di un perfetto esempio di chiusura del ciclo produttivo.
La nuova frontiera dei “Former Foodstuffs”
Oltre ai coprodotti agricoli tradizionali, un settore dal potenziale enorme è quello dei “Former Foodstuffs” o ex prodotti alimentari. Il Professore chiarisce subito un punto fondamentale: non si tratta di scarti o rifiuti. Mentre un tempo gli avanzi di cucina venivano usati normalmente per gli animali, oggi la legislazione è molto più severa e un alimento uscito dalla catena del consumo umano non può rientrare nel circuito. I “Former Foodstuffs” sono diversi poiché “non sono rifiuti, ma prodotti che, per varie ragioni, non hanno più i requisiti per essere venduti al consumatore”.
Un esempio pratico rende l’idea: i biscotti di un’industria dolciaria che si rompono durante la produzione o presentano lievi difetti di cottura. Sebbene non più vendibili al dettaglio, sono alimenti sani e di alta qualità. Organizzando una filiera sicura e tracciata, questi prodotti possono essere ceduti ad un’industria mangimistica che potrà utilizzarli per formulare mangimi bilanciati, così come accade per la pasta o il pane invenduto.
Un modello in crescita per sostenibilità ed economia
Questa pratica, secondo quanto riportato nell’intervista, si sta diffondendo rapidamente in Italia per due ragioni principali. La prima è legata alla sostenibilità ambientale: le aziende sono sempre più incentivate a redigere bilanci di sostenibilità e a dimostrare una riduzione della propria impronta ambientale. La seconda è puramente economica: questo approccio consente una significativa riduzione dei costi di produzione e di importazione delle materie prime. L’interesse è così forte che stanno nascendo filiere circolari a livello di distretti, dove l’avanzo di un’impresa diventa una risorsa per un’altra operante sul medesimo territorio.
Una leva strategica per la sicurezza alimentare
Uno dei punti maggiormente dibattuti a livello europeo è la dipendenza dall’importazione di materie prime per i mangimi. Secondo il Professor Petracci, l’approccio circolare può avere un impatto tutt’altro che trascurabile. Sebbene non si possa puntare nell’immediato ad un’autosufficienza totale, la riduzione della dipendenza può valere diversi punti percentuali. “Non è quindi un fenomeno di nicchia, ma, al contrario, si può rivelare una leva strategica” afferma l’esperto. Reperire materie prime a livello locale non solo riduce l’impatto ambientale dei trasporti intercontinentali, ma aumenta anche la sicurezza degli approvvigionamenti, un tema reso cruciale dalle recenti crisi geopolitiche che hanno mostrato la vulnerabilità del sistema.
Qualità garantita e il ruolo della ricerca
Cosa ne pensa il consumatore? L’uso di questi mangimi “alternativi” incide sulla qualità dei prodotti finali? La risposta del Professor Petracci è netta: l’alimentazione animale è una scienza avanzata che ha l’obiettivo di formulare diete bilanciate. Un ex prodotto alimentare come un biscotto, ricco di amidi, può sostituire una parte dei cereali, ma non le fonti proteiche. “L’obiettivo finale e irrinunciabile è garantire una dieta di altissima qualità nutrizionale per assicurare il benessere dell’animale e la salubrità del prodotto finale”.
In questo processo, il ruolo della ricerca universitaria è fondamentale: le università possono testare l’efficacia di nuovi ingredienti in condizioni controllate e agire come enti terzi e indipendenti, offrendo una garanzia di oggettività sia per i produttori che per gli allevatori.


