Lo scorso novembre la Food and Drug Administration, l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha dato il via libera alla prima carne di pollo prodotta in laboratorio, aprendo di fatto alla possibilità che la cosiddetta carne coltivata possa arrivare sui nostri piatti. Secondo Coldiretti, in Europa sarà il 2023 l’anno cruciale che potrebbe segnare l’approdo sulle tavole del vecchio continente della carne coltivata in quanto, sempre secondo l’Associazione, proprio quest’anno potrebbero essere già presentate le prime richieste di via libera per il novel food.
Di carne coltivata si parla però da circa dieci anni, da quando fu presentato il primo “burger coltivato in laboratorio”. Da allora l’interesse per questa tecnologia agroalimentare non è mai diminuito, in quanto considerata un’alternativa più ecologica ai tradizionali sistemi di allevamento di animali. Ma è veramente più sostenibile? A mettere in dubbio questo assunto è un nuovo studio dell’ Università di Oxford, che sembra confermare i primi dubbi manifestati da una parte della comunità scientifica su quella che Coldiretti ha definito la carne Frankenstein.
Hamburger in provetta: come viene prodotto?
La carne coltivata, identificata anche come carne in vitro o sintetica, è prodotta partendo dalle cellule muscolari degli animali che vengono coltivate in un bioreattore in cui le stesse proliferano. La loro moltiplicazione è possibile grazie ad un mezzo di coltura ricco di nutrienti, ormoni e fattori di crescita. Il substrato di coltura delle cellule ha bisogno di un brodo di aminoacidi essenziali che devono essere sintetizzati, se sono artificiali, oppure derivare da idrolisi proteica. In entrambi i casi sono processi impattanti.
A ben vedere, già dai primi studi, come riportato nell’articolo “Carne coltivata, futuro dell’alimentazione?” pubblicato sul portale Carni Sostenibili, i vantaggi per l’ambiente non sembrano così netti, in quanto dalla sua produzione emergerebbe un elevato dispendio di energia da parte dei bioreattori con connesse alte emissioni di CO2.
Altro problema sempre evidenziato nell’articolo è quello dell’impiego di antibiotici e altri composti chimici addizionati al mezzo di coltura per evitare contaminazioni, nonché di ormoni per la crescita delle cellule. Tutte sostanze per le quali non vi è garanzia di sicurezza per il consumo alimentare. Al contrario, nella zootecnia “tradizionale”, gli ormoni per la crescita sono vietati ormai da decenni, in Europa, mentre l’impiego di antibiotici negli allevamenti è diminuito del 51% solo negli ultimi dieci anni.
A queste problematiche se ne aggiunge un’altra di natura etica, che riguarda l’origine delle cellule staminali utilizzate per la produzione di carne coltivata. Alcune aziende utilizzano infatti cellule staminali prelevate da animali vivi, il che genera preoccupazioni per quanto riguarda il loro benessere e trattamento.
A sollevare dubbi sulla “bontà” della carne in provetta anche Coldiretti.
La carne Frankenstein
L’Associazione al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione tenutosi a Roma nel 2021 ha presentato il primo dossier sulla bistecca fatta in laboratorio. Nel rapporto vengono svelate alcune false verità, legate alla produzione della carne Frankenstein, tra le quali appunto quella di salvare l’ambiente e ridurre gli impatti sui cambiamenti climatici.
Riportando un precedente studio condotto da un gruppo di scienziati della Oxford Martin School, Coldiretti afferma che “gli impatti ambientali della bistecca sintetica, cui è associato un intenso consumo di energia, potrebbero provocare nel lungo termine un maggiore riscaldamento globale. Oltre a ciò, il processo di produzione della carne sintetica richiede consumi di acqua che sono di gran lunga superiori a quelli di molti allevamenti, producendo peraltro enormi quantità di molecole chimiche e organiche i cui residui, secondo l’Inra (French Institute for Agricultural Researc), sono altamente inquinanti per le risorse idriche.
Carne coltivata VS Carne da allevamento: lo studio che mette a confronto gli effetti sul clima
Ad accendere ulteriori dubbi sulla maggiore sostenibilità ambientale della carne in provetta è ora un recente studio pubblicato su Frontiers in Sustainable Food Systems, realizzato da due ricercatori dell’Università di Oxford, che hanno messo a confronto i potenziali effetti sul clima della produzione di carne coltivata e dell’allevamento di bovini. Prendendo in considerazione le emissioni di anidride carbonica (CO2), di metano (CH4) e di protossido di azoto (N2O), gli studiosi hanno confrontato l’impatto sulla temperatura, da oggi a 1000 anni, della produzione di bovini da carne e di carne in provetta. Il paragone ha preso in esame quattro impronte di carbonio della carne sintetica, disponibili nella letteratura di settore, e tre sistemi di produzione di carne bovina (fattoria svedese, pascolo brasiliano, pascolo Midwest Stati Uniti).
Dallo studio è emerso che all’allevamento di bovini è collegabile la produzione di tutti e tre i tipi di gas serra citati con prevalenza del metano. Per quanto riguarda la carne coltivata, le emissioni sono quasi interamente di CO2 – dipendenti dalla produzione di energia, mentre le emissioni di CH4 e N2O sarebbero relativamente piccole, e non contribuirebbero in modo significativo alla dinamica generale del riscaldamento.
Dallo studio è emerso quindi che: considerando un consumo globale elevato e continuo, la carne in vitro genererebbe inizialmente – quindi nel breve periodo – un inquinamento minore rispetto all’allevamento di bestiame. Se invece si prende in considerazione un periodo medio lungo il divario tra le due produzioni si viene a ridurre fino in alcuni casi ad essere l’allevamento a provocare un riscaldamento inferiore. Questa conclusione dipende dal fatto che, mentre le emissioni di metano si accumulano in atmosfera per soli dieci anni, quelle di CO2 ci restano per circa mille anni, contribuendo in modo significativo alla crisi climatica del pianeta.
Secondo lo studio, quindi, “la carne coltivata non è a prima vista climaticamente superiore al bestiame; il suo impatto dipende invece dalla disponibilità di generazione di energia decarbonizzata e dagli specifici sistemi di produzione che vengono realizzati”.
Aggiungiamo un’ultima riflessione: se anche si arrivasse ad una produzione di energia in via principale da fonti rinnovabili, sulla carne in vitro ci si dovrebbe comunque interrogare sulle altre questioni (di sostenibilità, etiche e di tutela della salute) che sono legate a questo nuovo cibo e per le quali ancora non ci sono risposte adeguate. Siamo quindi sicuri di volerla includere nella nostra alimentazione?

